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L’involuzione del bike sharing arancione


Articolo postato il: 06/06/2016
Autore: Alessandro Barra

Riportiamo qua, con il permesso dell'autore, l'articolo già apparso su MilanoPost

Milano 5 Giugno – Quando si parla di bike sharing a Milano, bisogna ricordare che, anche se a bullarsene senza il minimo pudore è l’attuale, inadeguato e presuntuoso assessore all’immobilità Maran, è stato ideato e introdotto, senza essere originariamente ammantato di tutto l’armamentario ideologico sulla “condivisione”, che invece oggi lo lorda e altro non è che la definizione politicamente corretta e molto capziosa del buon vecchio “collettivismo”, dall’amministrazione Moratti.
pier maran bikemiTuttavia, a suo tempo, fu pensato quale alternativa (sperimentale) a disposizione per i cittadini, e non come un obbligo imposto per motivi ideologici o come strumento (improprio) per scardinare il tessuto produttivo della città e “ridefinire la nozione di proprietà privata”, come invece viene concepito da Maran.
Al di là fatto che proprio la manutenzione e l’installazione delle stazioni “BikeMi” in città, eseguita da personale che si sposta mediante furgoni, è la dimostrazione del fatto che non tutte le esigenze possano essere soddisfatte con la bicicletta, a differenza quindi di quel che sostiene l’assessore all'(im)mobilità, è del tutto evidente che se l’uso di una bicicletta diventa praticamente un obbligo a causa delle assurde politiche vessatorie verso l’automobile privata e dei carenti investimenti nei mezzi pubblici (dopo la “rimodulazione” voluta da Maran, le corse sono diminuite per numero e frequenza, sulle linee si registrano attese mai rilevate in precedenza), il servizio di bike sharing sul quale il Comune investe tantissime energie, vantandosi di aver installato centinaia di stazioni, debba quantomeno esser pratico, semplice, efficiente ed economico, se non proprio gratuito.
Ciò che BikeMi non è.
Innanzitutto, le biciclette sono sprovviste di quegli accessori necessari per trasportare i colli che il medio cittadino, per lavoro o per qualsiasi altra esigenza, deve portare con sé quasi quotidianamente (la spesa grossa settimanale, chi non ha in casa personale di servizio, come la porta a casa?): i cestini installati sulle bici “sovietiche” sono microscopici, anche la tipica borsa da professionista non ci sta, se poi uno ha qualche altro pacco con sé deve giocoforza rinunciare all’uso di una bicicletta condivisa, con grave vulnus al percorso educativo di realizzazione del paradiso collettivistico cui l’attuale amministrazione mira con convinzione.
In secondo luogo, a fronte del taglio di ogni servizio, dei ridottissimi investimenti nei mezzi pubblici (giusto ora qualche briciola a pochi mesi dalle elezioni per dei treni nuovi della metropolitana, quando si registrano guasti quotidiani agli impianti…), dell’aumento spropositato ed esponenziale dei tributi locali, delle vessazioni persecutorie (quella di far decorrere il termine di prescrizione per la notifica dei verbali di contravvenzione dal giorno che arbitrariamente decide il Comune, prorogandone sine die la validità, è una mostruosità che neppure il peggior feudatario o monarca d’ancien regime…) nei confronti degli automobilisti, è assurdo che BikeMi preveda ancora un costoso abbonamento annuale (lo sconto a € 25, da € 36, per chi è abbonato annuale ATM è una odiosa presa in giro), oltre ad una tariffa oraria che si applica dopo la prima mezz’ora di utilizzo.
Per non parlare del costo extra per le biciclette con pedalata assistita, circostanza che fa pensare che nella Milano arancione occorra non solo esser tutti benestanti, residenti nei pressi del centro e con un lavoro consolidato, ma, a quanto pare, anche giovani e aitanti!
In pratica, il Comune con i soldi dei cittadini introduce vessazioni che, limitando la libertà e le opportunità ad essi concesse, li spingono a comperare dei servizi, erogati sempre dal Comune, al ribasso, coi proventi dei quali l’amministrazione introduce nuove vessazioni, il tutto in una spirale discendente che toglie libertà ai cittadini per piazzare bandierine ideologiche.
In terzo luogo, in questi cinque anni sono state installate centinaia di stazioni BikeMi, quasi sempre, in modo da occupare preziosi spazi di parcheggio per le automobili anche in prossimità di rilevati stradali inutilizzati che sarebbero serviti allo scopo senza danneggiare gli automobilisti.
Per giunta, in alcuni quartieri, specie in periferia, come, ad esempio, il Gallaratese, dove i trasporti pubblici interni al quartiere stesso sono molto limitati, non c’è neppure una stazione.
Forse perché si tratta di quartieri poco trafficati in cui tutti i condomini hanno parcheggi interni, gli stalli di parcheggio abbondano e la soppressione di alcuni di loro non creerebbe alcun danno. Se non danneggiano l’automobilista e, quindi, non sono utili a rieducare il cittadino al collettivismo, le bici di BikeMi sono evidentemente ritenute inutili, ennesima dimostrazione del fatto che a Maran e soci non interessa affatto risolvere problemi concreti dei loro amministrati, ma solo far trionfare la propria ideologia.
In quarto luogo, il sistema per utilizzare le bici condivise è a dir poco ansiogeno, in quanto contorto, complesso, burocratizzato e, in definitiva, tutt’altro che agevole: il limite ristrettissimo di tempo per individuare un eventuale malfunzionamento della bici e sostituirla con un’altra, l’impossibilità di superare le due ore di utilizzo, il tempo ristretto a disposizione per trovare un’altra rastrelliera in caso quella prescelta sia interamente occupata quando si deve terminare il noleggio, l’impossibilità di usare carte di credito prepagate (ammesse anche dai servizi di car sharing!) e tante altre rigidità rendono l’utilizzo di questo servizio insufficiente se deve diventare l’unico mezzo di locomozione urbano e, comunque, poco pratico.
Sicuramente ci sono esigenze legate all’inciviltà di molti utenti, tanto che queste regole risalgono all’amministrazione precedente, ma se l’amministrazione attuale, che ha centuplicato il numero di stazioni esistenti con l’intento di far diventare il bike sharing un obbligo anziché un’alternativa, avesse impiegato un centesimo dell’impegno ferocemente profuso nell’inventarsi angherie e vessazioni a danno degli automobilisti per cercare di semplificare il servizio BikeMi, probabilmente alcune difficoltà (a partire dalla possibilità di tenere la bici per oltre due ore, dall’accettazione di carte prepagate, ecc.) sarebbero state facilmente superate.
Tirando le somme, quindi, con Pisapia e Maran (e così continuerà ad essere se sarà eletto Sala), il bike sharing è diventato il paradigma delle contraddizioni in cui si è dibattuta per cinque anni l’amministrazione della città: da un lato lo si è imposto ai cittadini limitando ferocemente tutte le altre forme di mobilità, dall’altro non si è fatto nulla per renderlo più pratico, economico ed efficiente, creando così un vulnus grave alla mobilità urbana o, se si preferisce, obbligando i cittadini a pagare di tasca propria la rieducazione collettivistica cui sono stati sottoposti per cinque anni. Di sicuro, da queste follie, escono una vittoria di Pirro, cioè il piazzamento di bandierine ideologiche fini a sé stesse che fanno gongolare senza motivo chi le ha imposte, e una grande sconfitta: quella dell’amministrazione efficiente.

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