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Il delirio delle piste ciclabili: parte 1, la chiave di interpretazione


Articolo postato il: 21/07/2013
Autore: Enrico Engelmann

Ciò che leggerete in questo articolo non è politicamente corretto. Anzi, è massimamente politicamente scorretto!
Infatti l'articolo contiene argomentazioni contro uno dei principali feticci del moderno politicamente corretto: le piste ciclabili! Se ci fatte caso, nessun organo di stampa, per non parlare della televisione, ha mai il coraggio di criticarne la creazione. Le critiche che si sono registrate sono sempre rimaste confinate sui social network. I mass media, in grandissima maggioranza, si sono sempre ben guardati dal riportarle e, soprattutto, dal dargli risonanza e peso.
Analizzare cosa sta dietro alle piste ciclabili sembra banale, ma non lo è! Ci sono vari aspetti diversi, che vanno messi insieme per dare un quadro di insieme e comprendere quale è la giusta chiave di lettura del fenomeno della fregola per le piste ciclabili.
1. Aspetti "storici" generali
In origine le piste ciclabili non esistevano. Esse sono nate, per quel che ricordo, qualche decennio fa fuori città. La loro funzione era quella di permettere passeggiate in bicicletta nel verde, oppure di andare da un paese all'altro in bicicletta. In effetti, andare in bicicletta su una statale affollata di traffico, magari anche pesante, è cosa assai pericolosa. E infatti le piste ciclabili di questo tipo venivano realizzate fuori dalla carreggiate, a fianco di essa, ma ben separata da essa. Non ho mai visto piste ciclabili sulle statali e provinciali che fossero semplicemente disegnate sull'asfalto.
Le piste ciclabili di questo tipo erano dunque pensate per qualcosa di diverso a in più rispetto al traffico normale. Esse non volevano essere un modo per "incentivare l'uso della bicicletta al posto dell'auto". Cosa perfettamente ragionevole, perché la gita domenicale in bicicletta, oppure l'anziano che va con tutto comodo nel paese vicino, sono tutt'altra cosa rispetto a chi gira con l'auto, oppure anche con il furgone, per lavoro.
Per cui, in origine, le piste ciclabili non avevano mai l'ambizione di sostituirsi alle strade normali, esattamente come una passeggiatina non può rappresentare un'alternativa ad una giornata lavorativa.
Poi venne il tempo dell'ecologismo militante, nato dall'appropriazione dell'ecologismo da parte di certa sinistra, che vedeva in esso un buon argomento per attaccare il capitalismo. Su questi aspetti non voglio approfondire più di tanto, ma ricordo bene che quando le idee ambientaliste avevano appena iniziato a diffondersi nella società e sui mass media (ca. 30 anni fa), coesistevano due anime diverse: quella scientifica, che vedeva la difesa dell'ambiente come una necessità basata su motivazioni pratiche e oggettive, e una ideologica, che vedeva la difesa dell'ambiente come un'occasione per portare avanti una critica alla società moderna occidentale in quanto tale. Per la prima si trattava di individuare le soluzioni ai problemi, per la seconda di individuare i problemi per poi utilizzarli per lotte ideologiche. Purtroppo per tutti noi prevalse di gran lunga l'anima ideologica.
Per tale ambientalismo ideologico (che sarebbe più corretto definire pseudoambientalismo, dato che a costoro dei problemi ambientali interessava, e interessa, solo nella misura in cui erano / sono utilizzabili per fini politici) la bicicletta assurse a moderno feticcio. Essa si prestava molto bene ad incarnare la loro critica alla società industriale occidentale: infatti poteva venire presentata come antitesi dell'auto, a sua volta oggetto tipico di tali società. Inoltre può essere spacciata come proletaria e offre libertà di movimento, ma limitato, solo sulle brevi distanze, cosa che risulta sempre gradita alle elitè che pensano di avere la verità in tasca e che si reputano in diritto di imporla agli altri. A costoro la libertà individuale appare notoriamente non come un bene da tutelare, ma piuttosto come un pericolo da esorcizzare.
La bicicletta si presta poi bene ad essere vista come il mezzo antisistema. Con il fatto che si è rapidi negli spostamenti quasi come con un mezzo a motore, ma non si è identificabili, a causa della mancanza di qualsiasi segno di riconoscimento, chi usa la bicicletta tende a sentirsi in diritto di andare dove vuole quando vuole, infrangendo ogni regola. Passare col rosso, andare contromano, a luci spente, sui marciapiedi, per il ciclista ideologico più che l'eccezione è la regola. Molta parte della velocità di chi si sposta in bicicletta è dovuta proprio al non rispetto delle regole del codice della strada. Se esse venissero rispettate, girare in bicicletta diventerebbe molto più faticoso e lento. Le stesse piste ciclabili vengono spesso snobbate, appena portano ad un allungamento del percorso!
2. Muoversi in bicicletta in una città: pro e contro
Va detto, innanzi tutto, che da sempre le biciclette sono veicoli contemplati nel codice della strada. Per cui le piste ciclabili, a voler ben guardare, sono già ovunque presenti e si chiamano strade. Chi vuole muoversi in bicicletta, perché lo ritiene il mezzo più conveniente alle sue (e sottolineo "sue") esigenze, non ha che da farlo, rispettando le regole del codice. Le biciclette sono pericolose? Può darsi, ma allora uno può benissimo scegliere un'alternativa. L'auto, oppure, la moto, oppure i mezzi pubblici, oppure il taxi, oppure può anche semplicemente andare a piedi. Va sottolineato, infatti, che quasi non esistono casi in cui la bicicletta non possa venire sostituita da qualcosa d'altro. Per le corte distanze andare a piedi è fattibile, mentre, in una città come Milano, per distanze maggiori sono sempre disponibili i mezzi pubblici (o almeno dovrebbero esserlo, ma se non ci sono si può sempre chiamare un taxi).
Viceversa sono molti i casi in cui la bicicletta non è utilizzabile, ed è necessario l'uso di un mezzo a motore, a due o quattro ruote: persone anziane (e sono tante, in Italia) o con handicap, quando si deve trasportare qualcosa o qualcuno, condizioni meteo molto avverse (pioggia forte, freddo estremo, neve).
Va poi anche ricordato che i mezzi di soccorso e quelli di pubblica sicurezza sono tutti a motore e a quattro ruote (almeno di regola): ambulanze, vigili del fuoco, carabinieri e polizia, etc...
Riassumendo, da una parte c'è il desiderio di utilizzare un mezzo sulla mera base della propria convenienza e/o gusto, dall'altra esigenze oggettive ineludibili, per le quali l'alternativa è solo quella di rinunciare a fare quello che si voleva fare.
La ragione suggerirebbe di dare la priorità alle seconde, tanto più che nulla impedisce, come visto, a chi vuole girare per la città in bicicletta di farlo già ora. Le piste ciclabili andrebbero perciò progettate, nel caso, in modo tale da arrecare il minimo disagio al resto del traffico. Ove ciò non fosse possibile, allora esse, semplicemente, non dovrebbero essere costruite.
Qualcuno dirà: ma senza piste ciclabili, andare in bicletta è pericoloso!
E io dico: E allora? Se sembra troppo pericoloso, basta non farlo! Nessuno è obbligato! Anzi, potrei anche rigirare l'argomento: se veramente andare in bicicletta in città è così pericoloso, perché allora non vietarlo, esattamente come non si può girare con tanti altri mezzi (anche se poi spesso viene fatto ugualmente), quali monopattino, skate board, roller blade? Se le leggi hanno il compito di impedire comportamenti così pericolosi da rappresentare un costo inaccettabile per la società a causa degli incidenti che provocano, e l'utilizzo della bicicletta in città è uno di tali comportamenti, allora si agisca di conseguenza!
3. Piste ciclabili a Milano
Di piste ciclabili in città, a Milano, si è cominciato a parlarne ca. 20 anni fa. Fra le prime realizzate che ricordo, quelle in via Melchiorre Gioia. In realtà, più che di piste ciclabili vere e proprie bisognerebbe parlare di moncherini di piste ciclabili, in quanto spezzoni solo poche decine di metri ad ogni incrocio che poi si immettono (sono ancora presenti) sui controviali. Utilità quasi nulla, dato che offrono protezione per un tratto del tutto minoritario del percorso e in più creano una situazione di potenziale pericolo ad ogni immissione nel controviale. Malgrado ciò la loro costruzione comportò un sensibile restringimento della carreggiata in corrispondenza dei tratti interessati.
In effetti, se si osservano le varie piste ciclabili sorte man mano a Milano, si nota che esse sono state quasi sempre costruite in un modo che ha portato ad un forte restringimento della carreggiata. Invece di progettarle in modo da minimizzare tale effetto sembra proprio che esso sia stato ricercato e voluto.
D'altro canto, in molti casi si nota che le piste ciclabili sono costruite in modo da essere molto pericolose per chi volesse utilizzarle. O perché sono semplicemente tracciate con la vernice gialla su strade estremamente trafficate, oppure perché si interrompono di colpo, oppure perchè immettendo su una carreggiata molto trafficata oppure. Altre volte sono invece realizzate in maniera assolutamente inadeguata: percorsi contorti con curve assolutamente troppo strette, percorsi inutili che non portano da nessuna parte, qualche volta addirittura realizzate con un fondo a ghiaietto assolutamente inadatto ad essere percorso in biciletta.
Ma spesso è vero anche l'opposto: piste ciclabili monumentali, larghe quanto una normale corsia automobilistica, delimitate con apposita pavimentazione in pietra.
Riassumendo dunque:
  • Per lo pseudoecologismo di sinistra la bicicletta è il mezzo più adatto da opporre all'odiata auto, simbolo del benessere capitalistico
  • Chi utilizza la bicicletta, libera scelta e per propria convenienza, si troverebbe sicuramente molto bene in una città senza mezzi a motore.
  • Le piste ciclabili sono spesso realizzate in un modo tale che, più che offrire vantaggio a chi va in bicicletta, causano disagi a chi deve muoversi con un mezzo a motore.

Apparentemente il quadro è dunque contraddittorio: da una parte si pretendono piste ciclabili ovunque, poi però esse vengono realizzate in modo tale da essere poco utili o, addirittura, pericolose. E comunque, poi, molti di coloro che vanno in bicicletta manco le usano.
Fino ad un po' di tempo fa volevo semplicemente scrivere un articolo contro il proliferare delle piste ciclabili, ma ero riluttante, perchè mi sembrava che mi mancasse qualcosa. Qualcosa che, appunto, desse un senso complessivo alla situazione.
Poi, dopo avere scritto il precedente articolo L'odio per il mezzo privato a quattro ruote: i veri motivi e il ruolo dell'argomento inquinamento. mi sono reso conto che avevo trovato quello che mi mancava. La chiave di lettura che serviva era l'odio ideologico per il mezzo a motore e il fatto che esso sia condiviso da due strati separati di popolazione: i radical chic da una parte, cui l'auto in città non serve, e certa borghesia minuta dall'altra che l'auto non se può proprio permettere.
La situazione è dunque la seguente: entrambi tali categorie hanno in odio l'automobile privata. I primi perché in auto vorrebbero andarci solo loro, le poche volte che non possono girare per il centro, in cui abitano, in bicicletta o non possono prendere il taxi. I secondi perché, non potendo permettersi un'auto, ma solo una bicicletta, invidiano chi può permettersela e vorrebbero impedirgli di poterla usare. Inoltre, per chi gira in bicicletta avere intorno meno auto (e anche moto) è una cosa gradita.
Entrambi i gruppi, allora, vogliono le piste ciclabili, non tanto per utilizzarle, ma per creare intralcio a chi va in giro in auto!

Questa chiave interpretative permette di spiegare il fatto che si dia così tanta importanza alla creazione di sempre nuove piste ciclabili, e così poca a come esse vengono realizzate, in particolare al fatto se esse vengano realizzate in modo da essere sicure e garantire l'incolumità di chi deve usarle.
Infatti, siccome il ciclista ideologico si sente libero di poter andare dove vuole, se la nuova pista ciclabile non è sicura, poco male, andrà sul marciapiede, come ha sempre fatto prima! Stessa cosa se il tracciato della pista ciclabile non gli aggrada: basta passare sulla carreggiata! Egli infatti non si sente certo vincolato ad andare sulla pista ciclabile, ove presente. Ne', del resto, il codice della strada lo obbliga a farlo (ma su questo ho sentito anche pareri opposti. Chi ne sa qualcosa è invitato ad intervenire)!
In ogni caso, il risultato cercato, quello di creare intralcio al traffico privato a motore, è stato comunque raggiunto!
Da notare che quanto sopra permette anche di spiegare perché si parli così tanto di piste ciclabili e così poco di mezzi pubblici. Il punto è che la richiesta di piste ciclabili ha ragioni ideologiche, non pratiche. Nel caso dei mezzi pubblici le ragioni ideologiche non ci sono. Gli pseudoambientalisti antagonisti non provano nessuna empatia con la metropolitana o con gli autobus. E i radical chic i mezzi pubblici tanto non li usano mai, perché usano o la bici per i piccoli spostamenti, oppure il taxi o l'auto (la loro va benissimo, è quella degli altri che odiano!) per quelli più lunghi.
Il fatto che le ragioni siano ideologiche permette anche di spiegare la totale intransigenza con cui viene portata avanti la creazione di sempre più piste ciclabili, anche lì dove il buon senso suggerirebbe di lasciar perdere. Da semplice opere pubbliche esse si sono trasformate in feticci, da difendere davanti ogni critica e a cui ogni altra esigenza va sacrificata. Vedasi ad esempio il caso della disabile cui è stato tolto il parcheggio disabili per fare posto alla pista ciclabile in via De Amicis (Ha una figlia disabile ma il parcheggio è negato "Il Comune preferisce i ciclisti").
Un ulteriore punto importante da sottolineare: ciclisti e ciclisti ideologici non sono la stessa cosa! Per i primi la bicicletta è un mezzo di trasporto come un altro, oppure anche una passione. Ai secondi, invece, la bicicletta in quanto tale non interessa niente. Ne, in particolare, gli interessa nella misura in cui è un buon mezzo di trasporto. A costoro la bicicletta interessa soprattutto in quanto simbolo di una società diversa che vorrebbero imporre agli altri.
Non è un caso che proprio da quando è sindaco Pisapia, il sindaco che a parole ha tanto a cuore la bicicletta, il Giro d'Italia, la massima espressione italiana di ciclismo, non termini più a Milano come era sempre accaduto!
Sono convinto che utilizzando un approccio pragmatico e non ideologico sarebbe possibile trovare un buon compromesso fra bicicletta e traffico motorizzato. Anche perché, a parte che nel caso dei ciclisti ideologici, appunto, chi va in bicicletta a Milano poi usa anche l'auto, la moto, i mezzi pubblici, oppure va a piedi, semplicemente in funzione di cosa gli viene più conveniente nel caso specifico. Prendendo a metro di giudizio la mobilità complessiva che viene garantita, sarebbe credo abbastanza facile trovare un compromesso in grado di soddisfare in maniera ragionevole le esigenze di tutte le persone che ragionano senza preclusioni ideologiche.
Questo articolo doveva inizialmente essere sui singoli casi di piste ciclabili demenziali, che creano disagi insensati oppure comportano rischi per chi le volesse utilizzare. Scrivendo, ha poi però preso un taglio diverso. A breve ulteriori articoli, questa volta veramente sui singoli casi concreti, che però verranno interpretati alla luce di quanto scritto sopra.
Di seguito un elenco delle piste ciclabili più assurde (che verrà allargato man mano, dato che, purtroppo, i casi degni di essere riportati sono molti):



Commenti
15/09/2013 15:31:52
Interessante a riguardo anche l'articolo L’importanza della bicicletta!
e.engelmann

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