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L’Area C si colora di giallo: «Minacciati perché contrari»

Articolo del: 16/03/2012
Autore: Elena Gaiardoni

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E' mobbing. Altro che intervento sulla mobilità. L'area C è un vero e proprio mobbing, che sta tranciando la voglia di lavorare alle persone. Milano diventerà una cinerea Mobbing Dick, una balena bianca d'anemia, arenata in asfissia sulle spiagge deserte dell'area.
Dentro al centro i negozianti ci stanno rimettendo la pelle a livello economico e anche psichicamente. Il celebre spirito imprenditoriale è minato da una tassa che cade a goccia a goccia. E loro sono arcionati al dorso di questo pachiderma che non fa circolare auto in strada e sangue nelle vene. Però, lei, Eleonora Scaramucci, titolare dell'omonima boutique in via dell'Orso e a capo del Comitato commercianti contro l'area C fondato il 2 febbraio, non si ferma. Va all'arrembaggio senza mestizie, senza abbattimenti. Non l'arrestano nemmeno le lettere e gli sms di minaccia che da giorni e giorni riceve da parte di milanesi che definisce «importanti, altolocati, non politici».
E se li fa quasi amici, quando li costringe ad ascoltare le ragioni delle oltre duemila persone che rappresenta, non solo commercianti ma anche titolari di studi professionali e cittadini privati, che stanno vivendo una tragedia a causa di quei cinque euro che hanno tutto il sapore degli antichi pedaggi dei castri medioevali. Sei negozi di via Meravigli tra poco chiuderanno. Arcionati da un boia che cala la lama lenta: l'area C.
«Giunta del dialogo? Questa è la grande Giunta del confronto? Bene, che Pisapia ci fissi un appuntamento» ha chiesto qualche tempo fa, dopo aver mosso la protesta davanti a palazzo Marino, aver fatto spegnere a duemila negozi dentro l'area la luce di notte dal 2 all'11 marzo, aver affisso un cartello bianco in questi giorni con scritto: «L'area C sta distruggendo il lavoro di tutti», che appare negli esercizi commerciali del centro aderenti al Comitato. Tra poco il cartello bianco sarà sostituito da un altro rosso con una frase più significativa.
Intanto palazzo Marino apre uno spiraglio. L'assessore al Commercio, Franco D'Alfonso, le ha fissato un appuntamento per il 22 marzo. «Dovevamo fare una manifestazione di protesta anche questa settimana, ma l'abbiamo rimandata fino all'incontro. Vediamo cosa riusciamo ad ottenere».
Lei votò Pisapia? «No. Ma alcuni dei commercianti sì. Dire che si sono pentiti, è dire poco. Quando abbiamo spento le luci, Milano è rimasta più buia di quanto non sia sempre, perch´ la notte questa città non ha luce. Ora, con la nuova Giunta, non ce l'ha neppure di giorno. L'atmosfera è cupa. Ma dove è finita la Milano del business, delle persone che si sono fatte da sole lavorando per anni e anni nel loro negozio, la Milano città libera del commercio libero? Ma che interessi ci sono dietro la chiusura del centro? E' vero che il problema è ecologico?». Specifica di dirlo a ragion veduta, viste le persone da cui arrivano le minacce.
«Vorrei aggiungere che noi non siamo quelli che vogliamo far morire i bambini di cancro a causa dell'inquinamento, che tra l'altro, a quanto mi risulta, non ha ridotto i parametri di nocività. Anch'io sono ecologista. Spengo sempre l'acqua mentre mi spazzolo i denti per non sprecarla. Uso detersivi che non danneggino l'ambiente. Non è che l'ecologia stia solo dalla parte di Pisapia». Fa anche rima.
Cartello rosso tra qualche giorno. Paradossalmente quel colore scartato dalla Giunta degli arancioni, che ha sempre rappresentato gli interessi comuni, viene rubato ai comunisti per andare a rappresentare il diritto di vivere a coloro che hanno solo la colpa d'avere lavorato una vita in area C.
Centro. E loro con il centro non vogliono smettere di centrarci. La protesta continua.

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