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Lettera di un giudice sul civismo (che non c'è più)
La ciclista maleducata e il pedone travolto Marciapiedi da trincea
La disavventura di una donna magistrato che ogni mattina va a lavorare a piedi

Articolo del: 08/10/2010


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C'è una formichina indignata che scrive al Corriere ma vuole parlare a Milano, alla città dove ha imparato il rispetto delle regole e il civismo delle piccole cose, pratiche perdute come la memoria che non si trova più. Il pretesto è una storia di vita quotidiana, un banale incidente da marciapiede tra una ciclista maleducata e un incolpevole pedone, un fatto che si può liquidare in privato con qualche sacramento, ma che, reso pubblico, diventa metafora di una malattia alla quale ci stiamo (purtroppo) rassegnando: l'indifferenza. E' una malattia che rende insensibili, refrattari, persino cattivi, che va contrastata perché bisogna ribellarsi alla legge del più forte, del più arrogante, del più prepotente. Lo scontro tra ciclista e pedone è uno dei tanti esempi di questa caduta libera in corso a Milano e in Italia, ma offre lo spunto per ragionare e chiedere che cosa possiamo fare noi, i circoli, le associazioni per fermare lo scivolamento verso il basso dell'antico civismo ambrosiano. Pubblichiamo il testo della lettera senza il nome della protagonista (un giudice del Tribunale). Ma le sue riflessioni le condividiamo tutte.
Giangiacomo Schiavi (gschiavi@rcs.it)

Ore 8.35 di una mattina di ottobre, una via del centro cittadino, il traffico intenso che crea una lunga coda di auto insofferenti. Come ogni giorno esco di casa per recarmi al lavoro; la mia gamba destra muove un passo per oltrepassare il cancello di ingresso dello stabile e ancor prima di appoggiarsi sul marciapiede viene travolta da una bicicletta che sfreccia a tutta velocità rasente la cancellata. In un attimo il mio sventurato piede è colpito dalla ruota, dal pedale e da non so che altro, mentre la ciclista perde il controllo del suo micidiale mezzo e ruzzola a sua volta a terra. Massaggiandomi l'arto così violentemente oltraggiato, mi rivolgo alla signora - che nel frattempo, lei forse è fatta di gomma, si è velocemente ricomposta e con i suoi vertiginosi tacchi a spillo si è sistemata in sella e scuote la capigliatura per riconquistare il suo avvenente aspetto mattutino - dicendole che forse si è comportata un pò come una pazza e mi piacerebbe conoscere almeno il suo nome in attesa dell'arrivo dei Vigili che, in effetti, intendo chiamare.

Nulla da fare: la Venere in bicicletta mi risponde che ci siamo fatte male in due e pertanto siamo pari, senza degnarmi di una risposta quando cerco di dirle che, in realtà, è stata lei a investire me e non sussiste pertanto alcuna reciprocità. Nell'attimo successivo svanisce come un razzo che a zig zag cerca di evitare altri bipedi della mia stessa razza. Rimango allibita e dolorante ma l'orario e il senso del dovere che mi ossessiona dalla nascita mi suggeriscono di zoppicare sino in ufficio, nel timore che la mia improvvisa assenza possa recare danno a chi mi attende ed ai colleghi che hanno già il loro da fare e - fortunati loro - sono arrivati a destinazione sani e salvi.

Dopo sei ore di lavoro intenso il mio piede destro decide di farsi sentire e reclamare i suoi diritti: inizia a bruciare, a pulsare e in breve la caviglia diventa un salsicciotto che non regge il peso del corpo ma richiede il temporaneo sollievo di una borsa del ghiaccio, peraltro impossibile da reperire nel luogo in cui mi trovo. Grazie alla solidarietà di tutti coloro che lavorano con me, verso le 17 vengo sistemata su una seggiola con ruote, sapientemente condotta da tre angeli custodi attraverso corridoi ed ascensori del Palazzo di Giustizia e, infine, caricata come un impacciato manichino su un'auto di una gentile collega in direzione di casa.

La caviglia fa male, il piede è gonfio, non so se ci sarà o meno una frattura o una distorsione o sarà solo una violenta contusione, spero di no ma poco importa: il cuore è ancora più gonfio e sofferente di fronte alla perdita di ogni senso di solidarietà civile, di fronte all'arroganza ed all'indifferenza di coloro che dovrebbero essere i miei compagni di viaggio nel vivere quotidiano in questa città. Attenti, dunque, pedoni, attenti bambini e persone anziane: non ho mai attraversato una strada al di fuori delle strisce pedonali e ho sempre preferito arrancare verso semafori con luce ben verde, ho preso l'abitudine di guardarmi a destra, a sinistra e anche alle spalle, ho persino individuato i percorsi meno pericolosi per il mio quotidiano tragitto casa/ufficio e viceversa, ma mai avrei immaginato di rischiare mettendo un solo misero piede fuori dal portone di casa.

Ma attenti anche voi tutti milanesi, perché c'è un rischio ancora maggiore che ci coinvolge. Quei valori civici e di reciproco rispetto ai quali ho improntato tutta la mia vita personale e professionale, credendoci fermamente, in molti vacillano, si stanno perdendo o forse si sono già persi: vale sempre la regola del più forte, del più prepotente e del più trasgressivo? Se così fosse, rassegniamoci: un bipede su due ruote è più forte di un bipede senza ruote.


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